Le Contrade sulla pelle

Quando, nel 1893, il professor Salvatore Ottolenghi rifiuta la cattedra di Cagliari, preferendogli quella di medicina legale dell’Università di Siena, il Regno d’Italia ha alle sue spalle solo trentadue anni di vita ed enormi questioni irrisolte. Lo stivale conta poco più di trenta milioni di abitanti diffusi in maggior parte in aree rurali povere, malsane e con poche prospettive lavorative; nonostante sia un paese in crescita – il tasso di natalità è oltre il 35‰ (oggi è il 6) -, dal 1876 alla fine del secolo, la grande povertà che affligge in particolare il nordest e il sud contribuisce a far emigrare all’estero oltre 5 milioni di italiani. A fine ‘800 in Italia si muore di tubercolosi, pertosse, malaria e meningite. I casi di pellagra sono oltre 100mila all’anno. La mortalità infantile è oltre il 20% (oggi è sotto al 2), l’aspettativa di vita è di 38 anni (oggi 84). In uno stato dove regnano miseria e degrado, la criminalità trova terreno fertile: solo nel 1893 si registrano 1.648 morti per omicidio. Tolti gli anni delle due guerre mondiali, solo il 1921 (avvento del Fascismo, 2.750 morti) e il 1991 (Guerra di mafia, 1.938) sono andati peggio. Nel 2025 gli omicidi in Italia sono stati 286.

Quando nel gennaio 1893 l’Università di Siena scampa alla soppressione voluta dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia Ferdinando Martini – disgrazia evitata grazie ad una decisa sollevazione politica, con la partecipazione sentita anche dalle diciassette Contrade -, Pietro Fantacci ha trentacinque anni e ha già collezionato ben nove condanne per rissa, lesioni e altri reati minori. Gli oltre trentamila abitanti di Siena vivono tutti nel centro storico – la periferia vedrà la sua genesi trent’anni più tardi – e la città non presenta differenze dai problemi che affliggono l’Italia. Nei quartieri popolari dell’Onda, della Torre, del Bruco e del Nicchio, famiglie numerosissime vivono stipate in abitazioni piccole e insalubri dove la miseria è regina indiscussa e l’alcolismo una piaga sociale. Il benessere è un privilegio di pochi, il turismo praticamente inesistente.

Per tirare a campare si inventa di tutto, così Pietro Fantacci1, in arte Birichicchi, soprannome derivato da quello di sua zia Leonida detta Birichicchia, prostituta del casino del Rialto, alterna al lavoro di facchino anche quello di fantino. Birichicchi oggi si definirebbe un mestierante del Palio, un mercenario assetato di denaro, senza grandi qualità né aspettative di vittoria. Una pedina che serve a fare numero, ma anche ad assolvere precisi compiti in carriere intricate. Il Palio di luglio del 18922 è la miglior rappresentazione di questo suo ruolo. L’Onda in quel Palio ha un buon cavallo e si aggiudica la monta di Ulisse Betti detto Bozzetto, fantino già vittorioso due anni prima nella Selva. L’Aquila ha in sorte un cavallo sconosciuto. Lì si è accasato Lorenzo Franci detto Pirrino, fantino di esperienza, che, invece, in questo “baio del Beligni” nota delle qualità nascoste. La Contrada dei Quattro Cantoni in questo periodo subisce molto l’influenza di Malborghetto, a tal punto che i propri dirigenti – si vocifera che siano proprio ondaioli mandati a ricoprire l’incarico nella contrada confinante – accettano di “scendere” il Pirrino per aumentare le chanches di vittoria dell’Onda. Mentre il Franci, pagato per non correre, torna a casa, l’Onda assesta il colpo di grazia all’Aquila portandogli in dono “uno scarichino di carbone, che non aveva alcuna attitudine a correre sui cavalli, ma aveva il pregio di abitare nell’Onda e può anche dirsi ne fosse simpatizzante3. Quel fantino è Pietro Fantacci detto Birichicchi e quel Palio lo vince, ovviamente, l’Onda.

Nel 1894 le strade di Ottolenghi, medico e professore astigiano con un percorso accademico all’Università Regia di Torino, e Fantacci, pregiudicato senese con il vizio del vino e la passione per i cavalli, si incrociano.

Salvatore Ottolenghi si è laureato a Torino nel 1885 in medicina e chirurgia. Inizialmente si interessa di oculistica, ma la sua produzione scientifica spazia tra diversi campi, quali la traumatologia, l’ematologia, l’ostetricia, la tanatologia. Privilegia da subito l’antropologia criminale e la psichiatria forense, tanto da diventare uno stretto collaboratore del celebre medico e antropologo Cesare Lombroso. Ottolenghi non è solamente un seguace delle teorie lombrosiane e grazie alle sue intuizioni e alla sua passione sconfinata per la ricerca riesce ad aprire nuovi scenari, soprattutto nel campo della criminologia.

Fra le varie ricerche di cui si occupa negli anni senesi, Ottolenghi ne porta a compimento una strettamente legata al rapporto tra il tatuaggio e la deriva criminale dell’individuo. In questa teoria, pubblicata da Lombroso ne L’uomo delinquente (1876), si sosteneva, infatti, che il tatuaggio fosse da una parte il chiaro ritorno a stadi primitivi dell’evoluzione umana (il cosiddetto atavismo4), dall’altra una marchiatura auto inferta a dimostrazione del proprio status di criminale. L’anno successivo all’assegnazione della cattedra di Siena, Ottolenghi fa suo questo studio e, accompagnato dal dott. Ugo Rossi, inizia a indagare sui delinquenti locali e si imbatte in “un nuovo genere di tatuaggio etnico da noi riscontrato in Siena da nessuno sinora ricordato, che crediamo di rilevante importanza per l’identità”. I due ricercatori scoprendo, infatti, in un individuo un tatuaggio con lo stemma della contrada “ove aveva sin allora dimorato” (la Selva), comprendono che il fenomeno non è un caso isolato e, grazie alle loro osservazioni, riescono a scovare ben dodici casi di tatuaggi con i simboli delle Contrade e della città, comprensivi di disegni e di un’accurata descrizione della persona marchiata. Fra i vari personaggi citati spicca “il caso n. 5, P. F., d’anni 36, facchino, che nell’epoca delle corse fa il fantino. Subì varie condanne, in tutto circa tre anni, per risse; è dedito all’alcool. Nell’avambraccio destro, faccia anteriore, ha un delfino (fig . 3), che gli fu fatto da un compagno la prima volta che fu in carcere. Sotto il delfino vi è il motto: Viva l’onda (fig . 4), e sotto è persino disegnato il cavallo (ved . fig. 10), che rappresenta molto bene la sua professione di fantino nell’epoca delle corse.

P. F. è senza ombra di dubbio Pietro Fantacci detto Birichicchi.

Ottolenghi non aggiunge molto alla descrizione dei personaggi individuati e risulta difficile (ma non impossibile) risalire anche agli altri. Chi saranno M. P. , fabbro torraiolo, d’anni 37, in carcere per rissa e S. A., d’anni 26 , operaio nicchiaiolo, già una volta in carcere per rissa per questioni di contrade? B. M., d’anni 45, facchino incensurato di Malborghetto avrà dato i natali ad una genia di Ondaioli oppure non avrà lasciato alcun segno? Rispondere a queste domande è complesso, perché, nonostante una profonda ricerca, non sono stati trovati né appunti né altri contributi utili a ricostruire un quadro più chiaro di questa vicenda.
Pur risultando, nel successivo percorso accademico di Ottolenghi, circa altri quaranta studi e osservazioni sull’antropologia criminale, questo trattato5, oggi custodito all’Accademia dei Fisiocritici, risulta un unicum nella conoscenza antropologica del tatuaggio, in quanto il professore astigiano di fatto esplora per la prima volta “il tatuaggio etnico che ricorda costumi caratteristici senesi ed esprime molto bene il sentimento della propria contrada quale esiste tuttora a Siena, specialmente nelle classi popolari.” Tuttavia, il suo pregiudizio, di lombrosiana memoria, risulterà per lui più forte rispetto al reale valore dello studio fino a fargli affermare, nella parte conclusiva del trattato, che “il bisogno di manifestare tali sentimenti imprimendone i segni nella propria pelle sarà sempre prerogativa di individui inferiori, e fra questi specialmente, come qui abbiamo offerto una nuova prova, dei delinquenti, che sono qui 9 su 12”.

Non ci sono prove che Fantacci e Ottolenghi si siano incontrati nuovamente nella loro vita.

Il primo terminerà la sua esperienza in piazza, con l’ennesimo palio incolore, nel 1897, indossando il giubetto del Drago. Proseguirà la sua carriera di allenatore di cavalli così come quella di pregiudicato, macchiandosi di reati ignobili, come quello del 1907 quando è condannato a due anni per violenze nei confronti di una bambina di sette anni. Muore, solo e alcolizzato, nel 1919. Di lui resta solo il modo di dire tutt’altro che onorifico “non è mica Birichicchi”, atto a far intendere che la persona indicata non è di poco conto o di scarse qualità.

Il professore Ottolenghi, alcuni anni dopo si trasferisce a Roma dove fonda l’Istituto di medicina legale della stessa Università. L’attività accademica scivolerà in secondo piano e per oltre trent’anni legherà il suo nome alla istituzione e poi al consolidamento della Scuola di polizia scientifica, divenendo di fatto uno dei padri fondatori di tale materia. Muore a Roma nel 1934, quattro anni prima della promulgazione delle leggi razziali. Nonostante la sua cieca fedeltà al Fascismo espressa in vita, Ottolenghi, a causa delle sue origini ebraiche, finisce nell’oblio. La sua figura è stata recentemente riscoperta, fino a meritarsi, nel 2017, una statua al museo delle cere di Roma.6


  1. https://www.ilpalio.org/scfantacci.htm ↩︎
  2. https://www.ilpalio.siena.it/5/Palio/189207030 ↩︎
  3. Da “Le Carriere nel Campo e le feste Senesi dal 1650 al 1914” di Antonio Zazzeroni, ed. Periccioli, 1982 ↩︎
  4.  Per Lombroso l’esistenza di una fossetta occipitale interna, tipica di alcune scimmie inferiori e dei lemuridi, e presente anche in alcuni crani umani, era una testimonianza del fatto che i delinquenti rappresentavano una ricomparsa dell’ancestrale, del primitivo nel mondo moderno. Una sorta di varietà antropologica con tratti fisici differenziati rispetto all’uomo normale.
    L’idea della ‘reversione atavica’ come causa del comportamento criminale venne messa a frutto da Lombroso sin dalla prima edizione del suo più celebre lavoro, L’uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie. ↩︎
  5. ‘Un Nuovo Tatuaggio Etnico’, Salvatore Ottolenghi e Ugo Rossi, ed. Bocca, 1894 ↩︎
  6. “Salvatore Ottolenghi. Una cultura professionale per la polizia dell’Italia liberale e fascista.”, Nicola Labanca e Michele Di Giorgio, ed. Unicopli, 2020 ↩︎

I dati sulla popolazione italiana sono stati ricavati dai censimenti ISTAT
I dati sul Palio di Siena sono stati ricavati dai due siti ilpalio.org e ilpalio.siena.it