Rastrello

Diversi anni fa, affacciandomi per la prima volta sul palcoscenico politico locale, scrissi, su un piccolo blog, che la città avrebbe dovuto preferire la ristrutturazione del palazzetto a quella dello stadio. Mi sbagliavo. E non per le motivazioni che esprimevo (la multifunzione per esempio), ma per l’impatto urbanistico che ha uno stadio rispetto ad un palasport.

Lo stadio a Siena infatti è una questione annosa, con proposte e progetti di vario genere, ad oggi (come in tante città d’Italia) tutte rimaste ai disegni su carta.

Facciamo una breve cronistoria: lo stadio viene inaugurato nella locazione attuale nel 1938 con la sola tribuna coperta. Negli anni vengono aggiunte tribune e curve, prima di cemento, poi di ferro. Con l’approdo in serie A nel 2003-04 e con il Monte dei Paschi disposto a finanziare la tipica megalomania senese, si inizia a progettare un polo sportivo di 500 mila mq2 (comprendente anche un nuovo palazzetto per il basket cittadino) a Isola d’Arbia, cercano di favorire anche uno sviluppo a sud del comune, di cui onestamente nessuno ne capiva l’esigenza (vedi articolo precedente). La serie A infatti sembra premere molto sulla delicata posizione del Rastrello a ridosso di San Domenico, con i quartieri limitrofi chiusi dall’arrivo di tifoserie estremamente numerose e con i problemi di ordine pubblico (per fortuna non troppi) che queste comportavano. Al posto dello stadio sarebbe sorto un parco collegato ai giardini della Lizza e alla Fortezza. Parallelamente Pietraserena, associazione politica di stampo civico, presentava un progetto di restyling dello stadio (anziché un suo trasferimento), dai costi decisamente inferiori (12-15 mln contro 70 mln). Il progetto di Isola d’Arbia, per ragioni abbastanza note, sfumò senza mai vederne l’inizio. Un nuovo restyling, molto più corposo di quello di Pietraserena, fu presentato alla città nel 2014 dall’allora presidente Mezzaroma. Il progetto, che animò un dibattito piuttosto accesso in città, prevedeva, oltre al rifacimento delle tribune, anche negozi, parcheggi, palestre, strade e quant’altro: un’opera faraonica, molto sostenuta dalla tifoseria che leggeva in questa anche una sorta di rinascita economico-commerciale della città. Anche questo progetto, per fortuna aggiungo io, svanì, sia per problemi economici sia per ragioni di comprovata insostenibilità, sia di natura statica che economico commerciale.

E così siamo giunti al 2020. Dopo due fallimenti in pochi anni, la Robur è stata acquisita da un gruppo armeno, di cui ne conosciamo veramente poco, che detiene anche una squadra nel paese natio, la Noah F.C., nuovo nome dato al club dell’omonima regione dell’Artsakh (meglio nota come Nagorno-Karabakh), tristemente nota per i fatti di questo autunno. Il gruppo, portato a Siena da un duo di toscani, l’avvocato Ristori di Piombino e il consigliere comunale di Pistoia in quota Lega Alessandro Belli, ha subito messo in chiaro che una delle priorità della nuova gestione è il rifacimento dello stadio.

Quello che sappiamo ad oggi è che il progetto è in mano ad una ditta esterna, che ha come consulenti gli architetti locali Pietro Mele e Gianni Neri (già consulente dell’architetto Pallanch per il progetto di Mezzaroma) e che l’opera riguarderebbe anche la Fortezza (che però sarebbe di competenza comunale).

Aspettando di vedere il progetto, è doveroso però fare una premessa: il nuovo stadio non può essere realizzato promettendo negozi o parcheggi, senza uno studio approfondito della zona in cui si interviene e delle esigenze reali della città. Data la vastità dell’area, è necessario coinvolgere la cittadinanza nel processo decisionale e non calare dall’alto progetti che si rivelano poi irrealizzabili, come abbiamo visto nei decenni precedenti. Ed è necessario farlo perché viviamo un’epoca dove lo stadio non è più un luogo dove vedere solo una partita di calcio la domenica (oltretutto spesso in modo poco confortevole), ma un luogo che deve avere più funzioni, sia sportive che extra.

Non si vuole spostare lo stadio dalla sua collocazione storica perché non conviene? Va bene, che sia però la cittadinanza tutta a decidere come recuperare quell’area, come valorizzare i giardini della Lizza e la Fortezza, come fornire un auditorium ai senesi, magari come ripensare Piazza Matteotti. Non lasciamolo fare ad un gruppo ristretto di affaristi il cui interesse è riempire le proprie tasche. A rimetterci siamo noi, non loro.

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