Fate piano

Prima che la mia mente fosse, ahimè, occupata da altri pensieri, ho assistito al piccolo dibattito su quello che sarà il Piano Operativo della nostra città.

Piccolo dibattito sì, perché quasi nessuno sa bene alla fine quale sarà lo sviluppo della città nei prossimi anni. Questo, va detto, lo si deve ad una gestione delle operazioni volutamente abbottonata da parte dell’amministrazione, la quale trova però a supporto una cittadinanza non sempre molto interessata da tali argomenti. In questi casi è infatti utile ricordare la nota “legge dell’orticello”: va tutto bene, finché non si tocca casa mia.

Le poche cose che saltano agli occhi, leggendo un po’ in qua, un po’ in là, è che questo strumento (che stabilisce nel dettaglio dove, come e quanto si può intervenire nella trasformazione, valorizzazione e tutela del territorio comunale, sia nelle aree urbane che nelle aree agricole) nasconda due grosse pecche: una è che sembra rivolta quasi esclusivamente ad interessi privati di vario genere; l’altra, conseguente alla prima, è che non risponda alle esigenze reali della città, ponendo le basi per altre superfici abitative e commerciali fuori dalle mura.

Nel breve termine quindi tutti (per modo di dire) felici, ma nel lungo termine, c’è ancora bisogno di costruire?

Per rispondere a queste domande ci vorrebbe un piano strategico, che risulta invece assente da tanti, troppi anni. Mentre realtà vicino a noi, vedi Prato, realizzano piani addirittura in previsione dei prossimi 30 anni (Agenda Urbana 2050).

Facendo un’analisi non troppo approfondita e consultando alcuni siti statistici specializzati (Istat/Comune di Siena) il primo dato importante che emerge è che la città di Siena non cresce. Se per il censimento del 1971 Siena contava 65mila abitanti, dal 1990 al 2018 la popolazione residenziale è passata da 57mila a 54 mila abitanti, con variazioni percentuali annuali minime (quasi sempre negative). Il dato più preoccupante però è il saldo nascite/decessi, costantemente negativo e in linea con quanto accade in tutto lo stivale: in pratica, ciò che mantiene la popolazione stabile è il flusso migratorio. Se quindi domani Siena perdesse l’attrattività socio-economica che l’ha caratterizzata fino ad oggi, si rischierebbe un drastico ridimensionamento in tempi molto brevi, con tutte le conseguenze negative del caso.

Se a questi dati ci sommiamo il patrimonio immobiliare non utilizzato sia nel centro che in periferia, la banca MPS in via di dismissione di diversi immobili e la pandemia che ha inaugurato, con grande ritardo, il telelavoro (con la riduzione in molti casi della necessità di avere postazioni esterne), la risposta che sovviene è no, non c’è urgenza di costruire ancora. Almeno non spazi commerciali. (Sulla questione abitativa andrebbe osservato il fenomeno della atomizzazione dei nuclei familiari, sempre più ridotti, ma in questo caso l’analisi si farebbe più complessa).

L’eccesso di edificazione va inoltre in controtendenza con ciò che segnala ISPRA da anni sul consumo di suolo (Siena, ultimo capoluogo toscano, nel 2019 ha eroso 1.474 ettari, circa 270 mq2 per abitante!) e con la richiesta dell’Unione Europea di una riconversione dell’edilizia esistente.

Quello di cui ha bisogno Siena quindi non è solo tamponare eventuali problematiche attuali, ma realizzare un piano a lungo termine, sia per l’attrattività lavorativa (se si vuole almeno mantenere stabile il numero dei residenti), sia per ridurre il disequilibrio centro storico/periferia, soprattutto per quanto riguarda i servizi. Il rischio di una decadenza del centro, sempre più usa e getta, a fronte di una periferia più ricca di servizi, si fa ogni giorno più concreto.

Iniziare a parlarne, in modo sereno, mettendo da parte le tradizionali ostilità politiche cittadine e senza idee balzane, già sarebbe un primo passo verso la normalità.

Il ponte fra il Costone e Camporegio, di Arturo Viligiardi
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